mercoledì 23 dicembre 2015

Blues Velvet, e il potere evocativo della parola della canzone napoletana incontra le sonorità d’oltreoceano.

Ieri sera, invitato dal mio amico Sabatino Di Maio, con mia grande sorpresa ho assistito ad uno spettacolo veramente bello e gustoso, al centro del centro di Napoli, a piazzetta Nilo, al Nilo Museum, e che mi ha fatto anche riflettere sul modo di fare arte e musica in un’epoca di transizione, come quella che stiamo vivendo in questi primi decenni del terzo millennio, un’epoca veramente postmoderna, dove si tende a smontare, e tante volte rimontare, senza alcuna realizzazione formale, esprimendo il vuoto, come ho già avuto modo di dire altre volte, il vuoto formale.
Poi ci sono le eccezioni, le novità, come Blues Velvet, lo spettacolo, prodotto da “La giostra teatro” con Maria Angela e Marianna Robustelli. Una rilettura della canzone napoletana in una chiave squisitamente e intelligentemente postmoderna, dove fanno da regine le sonorità jazz, swing e anche del tango, e ovviamente la splendida interpretazione delle due sorelle, che si contrappongono da un lato con una voce dolce e ammaliante, quella di Maria Angela, e dall’altro, quella voce graffiante e sensuale, che ricorda tanto le grandi stelle del jazz, di Marianna.
Hanno avuto tanto coraggio gli artisti a mettere in scena questo spettacolo, anche perché la canzone napoletana sembra essere stata da sempre quella icona intoccabile: guai ad interpretarla a modificarla. Loro hanno operato una sistemetica operazione di dissacrazione. Smontandole, traducendole, adattandole, arrangiandole, hanno trasformato quelle parole care e cristallizzate nella mente di tutti noi come immagini quasi sacre, intoccabili, quelle parole dal forte potere evocativo che solo la parola napoletana può contribuire ad esternare, in qualcosa di bello, nuovo ed inedito.
Queste sono le operazioni postmoderne che io amo: partire da una icona immediatamente riconoscibile, fonderla con altre immagini cristallizzate nell’immaginario collettivo, e con questo materiale che viene dal passato inventare una nuova forma che esprime altrettanta bellezza e chiarezza.
E allora “Era de maggio” diventa “May is back”, “Dicitencelle vuje” rivive come “Just say i love her”, “ ‘A vucchella” si trasforma in “A pretty lovely kiss”, e così via. Una operazione formale che ci rimanda immediatamente al pionere della contaminazione della parola napoletana con i ritmi di oltreoceano, al grande Renato Carosone. Ma se nel maestro degli anni ‘60 erano le sonorità afroamericane del blues, dello swing, ad incontrare la parola napoletana, qui è la parola della canzone napoletana che si piega e viaggia nello spazio e nel tempo per incontrare quelle stesse sonorità ormai evolute e a loro volta contaminate da tante altre culture e melodie, come il rock e il tango nuevo di Astor Piazzola, magistralmente suonate con leggerezza da Salvatore Torregrossa (piano fisarmonica e ukulele), Antonio Pepe (contrabbasso), Sasà Bratti, (sassofono).
Questa è la Napoli che io amo. la Napoli che partendo dagli stereotipi, dai luoghi comuni immediatamente riconoscibili, compie con serietà, professionalità, bellezza, leggerezza, allegria, passione, quella infinita operazione di smontaggio e rimontaggio, per esprimere una nuova forma, inedita, squisitamente postmoderna, da esportare e vantarsi di essere napoletani.
Mario Scippa

venerdì 18 dicembre 2015

Un po' della mia Napoli

Un Saluto da NapoliA Napoli anche percorrendo la stessa strada tutti i giorni è possibile fare fotografie sempre...

Posted by Scippa Mario on Venerdì 18 dicembre 2015

mercoledì 16 dicembre 2015

Ma, forse faccio politica e non lo so?

venerdì 2 gennaio 2015

L'ALBERO E' LA BELLEZZA

Gli alberi sono tra gli esseri viventi quelli portatori, nella forma, di una bellezza straordinaria.
Affondano le loro radici nella terra, si sviluppano in altezza con una struttura forte, solida, che si protende verso il cielo e dalla quale partono i rami, verso ogni punto e dove.

Immaginate la linfa che scorre, fluisce nel tronco, nei rami, nelle foglie, mentre il suo principio resta immobile, senza dispersione alcuna, perché saldamente fondato nella radice. Tale principio fornisce alla pianta la vita in tutta la sua molteplicità, pur rimanendo immobile.

Dai rami nascono le foglie, danzatrici nel vento e i frutti, colorati, profumati, portatori di altri potenziali alberi: i semi.
Questo universo di bellezza è un mondo per una infinità di altri esseri viventi, vegetali e animali.

L'albero è la più semplice e immediata materializzazione della bellezza sulla terra.
M.S.


mercoledì 31 dicembre 2014

E stanotte voglio fare un brindisi.



























Alzo il bicchiere a chi è felice,
a chi è in cerca della felicità,
a chi ha perso la felicità,
a chi non ha mai assaporato la felicità.
Stanotte alzo il bicchiere a chi vede il proprio futuro,
a chi credeva di vedere il proprio futuro
a chi oggi deve inventarsi un futuro,
a chi lo sogna ancora un futuro.
Stanotte alzo il bicchiere con il pensiero che naviga sulle onde del mare
che accarezza i sogni di quei ragazzi e ragazze,
di quelle donne e uomini e bambini
che lasciano la propria terra inseguendo un sogno,
alzo il bicchiere a questi nuovi eroi di questo millennio
e ai loro sogni che annegano in fondo al mare mediterraneo.
Stanotte alzo il bicchiere alle speranze, ai desideri, ai sogni
di cittadine e cittadini che stanno lottando nei palazzi del potere.
Alzo il bicchiere alle tante attività commerciali, costrette a chiudere.
Stanotte alzo il bicchiere a chi in quest'anno si è innamorato.
L'amore ci fa misurare le cose, tutte le cose, con un metro diverso:
il metro del sentimento.
Stanotte alzo il bicchiere alle mie figlie
e ai loro occhi meravigliati
davanti al bianco velo della neve di stamattina.
Alzo il bicchiere a tutti gli amori finiti
e a quelli che sono appena iniziati.
Alzo il bicchiere alla salute di quella grassa donna,
sola, che vive sotto la stazione della circumvesuviana.
All'amico Lucio, all'amico Alfonso e a tutti gli altri amici miei dell'adolescenza,
che dopo aver vissuto l'inferno quaggiù,
ormai lassù non avranno più bisogno di un ago
per vedere il paradiso.
Alzo il bicchiere a chi mi ha amato, a chi ho amato,
a chi mi amerà e a chi amerò.
Alzo il bicchiere alle cattiverie,
all'ingordigia, all'egoismo, all'insulto gratuito,
perché anche queste manifestazioni fanno parte dell'essere umano.
Alzo il bicchiere al nuovo anno, che è solo una convenzione.
Il nuovo anno è già passato.
Buon Anno a tutti.

M.S.
© copyright2014

mercoledì 24 dicembre 2014

NATALE: SPRECO DI DOLCI PAROLE

Tutti buoni, tutti bravi, parole dolci: è Natale.
Così come in cucina c'è lo spreco, l'esagerazione, di zucchero, miele appiccicoso, grassi, carboidrati, bollicine di vini e spumanti, anche le parole si adeguano.
Diventano grasse, mielose, appiccicose, esageratamente buone. In questi giorni sono coperte come alberi di natale , con tanti colori scintillanti, stelline colorate. Parole colorate, zuccherose, appiccicose, mielose. Dolci quasi da far schifo.
Parole nauseanti, tanto sono dolci e tante volte false, come alberi di plastica addobbati per illudere i bambini e chi per un giorno, anzi una notte, anzi poche ore, vuole far finta di essere bambino.
Non fate sprechi. Siamo in periodo di crisi, non solo economica, ma anche di dolcezza.
Vi prego, se potete non solo non fate sprechi di bene materiale, ma non sprecate colori per le parole.
Quei colori e odori dolci che sprecate in questi giorni per le parole, rendendole pesanti e inutilmente appiccicose, potrebbero servirvi tutto l'anno.
Le parole dolci servono, servono, quanto meno ve l'aspettate avete bisogno di una parola dolce, non le sprecate tutte oggi.
BuonGiorno a tutti
M.S.

lunedì 24 novembre 2014

SULL'EDUCAZIONE ALLA BRUTTEZZA


I politici hanno più paura dell'arte che delle armi.
Perché l'immaginazione degli artisti è immaginazione produttiva e non meramente riproduttiva.
L'arte reinventa ogni volta il mondo, il linguaggio, la cultura.
L'arte vive di emozione. L'emozione artistica è emozione creativa.
L'arte è il momento in cui si vive veramente, con tutti i sensi, la vita di una forma che non è solo una esistenza statica, ma anche e sopratutto la manifestazione di quella forza dinamica che dal momento in cui è creata una forma ne viene attraversa, nello stesso tempo, colui che l'ha creata e colui che poi la vivrà.
L'arte è quella forza dinamica dal potere salvifico che è goduta con tutti i sensi: la bellezza. Un potere salvifico naturale che ci permette di cambiare ogni volta il nostro punto di vista sul mondo.
Il linguaggio dell'arte è stato sempre tenuto sotto controllo dai poteri, da ogni potere. Semplicemente perché nell'arte non soltanto l'orizzonte della nostra esperienza si allarga, ma la nostra prospettiva, il nostro quadro sensoriale della realtà mutano.
L'artista ci fa vedere la realtà con una nuova luce.
Dopo un'esperienza che viviamo con un'opera d'arte, o dopo aver vissuto un'esperienza immersi nella natura, che è l'opera d'arte per eccellenza, siamo arricchiti di un valore aggiunto: un frammento di bellezza in più fa parte del nostro essere, facendoci vedere il mondo leggermente spostati dal punto in cui eravamo prima.
E la diversità spaventa. In particolare a chi detiene il potere, che usa i suoi strumenti di comunicazione di massa, come la televisione di Stato, per educare i cittadini a qualcosa che arte non è, ma omologazione culturale e, peggio, educazione alla "bruttezza".


tratto da M.S.
in questo link puoi leggere le sinossi dei miei libri ed eventualmente ordinarli http://www.lulu.com/spotlight/scippamario

venerdì 14 novembre 2014

POETI O COMPLICI



Delle poesie resterà solo qualcosa di vago un trasparente fantasma nella mente, leggero.
Delle poesie resterà poco, un seme di bellezza che per un attimo invade la nostra esistenza.
Un poeta ha il dovere morale di seminare bellezza con le sue parole,
se non lo fa è COMPLICE dell'orrore che invade il mondo.

Complice.
Parole nude, affiorano dal profondo, inutili.
Le farfalle volano cercando cristalli nei sogni,
e le fiamme nella foresta bruciano ali e tempi.
Barbari, mercenari, cannibali, preti e profeti.

Forma assente, vuoto, nella mente dilaga follia.
Silenzi assordanti sfondano i timpani, campane
di bronzo fuso dal fuoco dell'inutile guerra.
Nella mente specchi, pensieri brucianti di rabbie.

Poeta, taci? tu non puoi! la tua è Poesia. Illusione
e paura, mia, riflessi muti su pareti di gomma. L'orrore
invade il mondo; potenti, bellezze, orchi, del pudore
divoratori. Striscia, tranquilla, languida, la parola vestita.

Piccoli fiori senza più petali. Fragile gazzella, pelle
consumata dagli sguardi assetati di affamati leoni.
Il mondo guarda, il mondo sa, è complice e tace.
Vendute, le vendono morte nell'anima. Ed io, poeta?

No, Complice!

M.S.
© copyright2009

martedì 15 aprile 2014

ONDE Parole e Musica


ONDE.
Parole e musica.
Testi e voce narrante di MARIO SCIPPA
Musiche e arrangiamenti di DARIO PERRONI
Onde è un viaggio postmoderno all'interno della lingua napoletana.
Un viaggio ai confini dello stereotipo, insieme alla maschera che più rappresenta la lingua
napoletana: Pulcinella.
Il pulcinella di Mario Scippa è svestito di tutti gli elementi oleografici che nei secoli lo hanno
appesantito fino a banalizzarlo. La sua voce è accompagnata dalle onde sonore del Theremin,
suonato da Dario Perroni.
Il pensiero, viaggia su metafisiche onde che accompagnano verso un viaggio introspettivo, per poi
incontrare il mondo esterno.
Un viaggio postmoderno trasportati dalle ONDE, dentro e fuori la maschera,
La fisica incontrerà il grottesco e la tragedia
Noi siamo continuamente attraversati da Onde, delicate, violente, silenziose, rumorose, trasparenti,
luminose. ONDE, che fanno risalire a galla, dal profondo oceano della nostra memoria, frammenti
del nostro essere, facendoci riscrivere, in ogni momento,
ciò che abbiamo dentro.




Immagini che risalgono anche come il fuoco ardente dagli inferi, dall’aldilà, lo stesso fuoco dove il
Sommo Poeta, Virgilio, accompagnò la Poesia, Dante, nel viaggio nell’oltretomba.
La stessa metafora del fuoco, dalla quale nello spettacolo, la figura ideale del Poeta,
interpretato da Mario Scippa, tira fuori la maschera di Pulcinella, per meglio dire un frammento di
maschera salvato dal fuoco e della melma dello stereotipo e del luogo comune e si presenta al
pubblico denudato del suo costume.
E' un Pulcinella postmoderno, nero, come carbonizzato dai secoli, con indosso la sola maschera, il
suo pezzo di volto che ha ancora voglia di parlare e dire.
Parla, dice e canta, costruendo monologhi intorno ad alcune parole chiave, dal forte potere
evocativo. Parole che da sempre ha dentro di sé e che sono riuscite da sole a tenere in vita
l’essenza della maschera che più rappresenta Napoli nell’immaginario mondiale.
Il Pulcinella messo in scena nello spettacolo, scritto e diretto e interpretato da Mario Scippa,
rappresenta l’archetipo della vitalità del popolo, l’espressione degli istinti primigeni, l’anti-eroe
ribelle e irriverente, simbolo universale della napoletanità, è ravvisabile di una natura duale.
Attraverso la gestualità, in modo sottile, l’autore mette in evidenza anche un dualismo atavico di
questa maschera che si esprime con l’ermafroditismo intrinseco del personaggio, simbolo della vita
che rinasce da se stessa, rievocando il mito dell'araba fenice, che risorge dalle sue stesse ceneri
Le musiche e le atmosfere sonore, sono scritte apposta sulle parole dell’autore da Dario Perroni,
magistralmente suonate dai componenti del gruppo sperimentale MunduRua, formato dallo stesso
Perroni, Mario Di Bonito e Giandomenico Caniello e una leggerissima Ornella Iuorio, che con i
suoi sinuosi movimenti da vita, sensibilità e corpo, alla “parola”.
Lo spettacolo, fluido, ha un andamento “sinusoidale”: momenti di trascinante ritmica, dove sono
evocate sonorità arabe, celtiche, africane, gitane, sono alternate da monologhi, prima del Poeta
ideale, poi di Pulcinella.
Al centro dello spettacolo anche direttamente dall’autore, dove Pulcinella interrompe un suo
monologo alzando la maschera lasciando intervenire direttamente l'autore: Mario Scippa.
Si completa così il trittico dei personaggi interpretati dall’Autore: Il Poeta ideale, Pulcinella ovvero
la Poesia, e se stesso.
In costume nero, con solo la maschera, Pulcinella Borghese simboleggia la risalita dalle Fiamme
degli Inferi, e si configura nello stesso modo che nell’immaginario comune: come eroe della
trasgressione, con tutti gli attributi tanto della virilità espressa, quanto della femminilità iscritta nel
suo stesso corpo e gesti; proprio come è rappresentato nei dipinti e nelle antiche incisioni:
”ermafrodito autofecondante”.
Nello spettacolo si è voluto sottolineare delicatamente il potere della maschera, che permette alla
società di liberarsi ritualmente del peso del peccato e della vergogna, della sopraffazione e
dell’arroganza.
Con l’inganno della maschera Pulcinella riesce a superare i tabù psico-culturali e insieme a
prenderne coscienza e annullare l’inquietudine, evidenziando l’estrema necessità di allontanarsi
dagli steretopi di chi vuole rintracciare quella potente energia naturale, dalla forza salvifica per il
mondo: la bellezza.

In Onde non si è tralasciato lo stretto legame simbolico tra la maschera di Pulcinella e il concetto di
morte: non si dimentichi che la sua veste bianca è un sudario, e la sua faccia nera dal profilo di
uccello ricorda antiche e arcaiche divinità demoniache del regno dei morti.



lunedì 4 marzo 2013

TOGLIETEMI GLI SPECCHI Sorrento 2 Marzo 2013


SORRENTO. LA MAGIA DEL SALOTTO SCIPPA CON IL NUOVO LIBRO DI MARIO. AMELIA IMPARATO 





Toglietemi gli Specchi” è un work in progress, come “studio” di artista, l’autore quale sperimentatore della comunicazione multimediale elabora il suo personalissimo escursus letterario, in modo interattivo con i suoi lettori, anche tramite il web. Il suo sforzo creativo prevede la partecipazione, la condivisione, il confronto costante nel vivere l’arte declinato a trecentosessanta gradi. M.Scippa infatti è un interprete della cultura contemporanea che spazia in campi semiotici complessi (architettura, antiquariato, fotografia, tecniche di rappresentazione multimediale…ec), il suo salotto letterario partenopeo è divenuto soprattutto in questi ultimi anni, un crocevia preferenziale per la sperimentazione artistica di genere. Tra le sue doti di interprete e “mediatore” linguistico-comunicativo, risiede la capacità di interpolare i campi della semiotica, in un incessante percorso di ricerca personale. In questo suo ultimo lavoro”Toglietemi gli Specchi”, l’autore M.Scippa bypassando i canali di stampa e di editoria tradizionali, (trafila che avevano già affrontato per i suoi due precedenti libri), si è voluto cimentare in una ulteriore sfida letteraria, in una forma di interazione-multimediale con i lettori; arricchendo e trasformando in un work in progress,la sua creazione, che in fondo è anche il suo intento programmatico” diffondere il bello” come si evince dalla trama del libro. Pertanto l’autore ha deciso per onestà intellettuale e per maggiore coerenza verso i lettori, di svincolarsi il più possibile dagli obblighi che gli avrebbero richiesto la pubblicazione dell’opera attraverso l’editoria tradizionale e così si è e cimentato in questa nuova scommessa, autoproducendosi . Egli intervenire come un “sarto” ai contributi che riceve, in un continuo evolving letterario, sviluppa il suo pensiero in modo eclettico, trovando scomoda pertanto, ogni collocazione connotativa al suo incedere, non amandosi definire poeta, scrittore, artista,ec. Nel suo salotto letterario partenopeo è impegnato nella diffusione della cultura, intervenendo come “umile”(cit. dell’autore), mediatore nella semiotica dell’arte. Ultimamente nel progetto “CUM FINIS” da lui intrapreso si adopera per dare voce e fare incontrare, in un incessante melting pot multimediale, linguaggi comunicativi “interpolati” , in una incessante arché interattiva e di contaminazione di genere.
Con il suo gruppo di sostenitori del “salotto letterario antichità M.Scippa”sperimenta forme comunicative di avanguardia, sposando senza confini: arte figurativa, visiva, poesia, architettuta, antiquariato…, amplificandone l’impatto anche tramite streaming, in un ciclone di idee e aggregazione quale avrete modo di conoscere ed apprezzare; ritengo non solo per le sue doti di comunicatore, le fervide intuizioni di contaminazione nell’arte, ma anche per la sua personale “umiltà” conoscitiva, in questo costante atto di “umanizzazione” della cultura, nell’intento di suscitare ancora “stupore” di fronte alla banalizzazione del “noto”. La sua produzione è improntata quale antidoto all’assuefazione consumistica, è cura all’alienazione secondo il suo personalissimo contributo letterario, nella poesia, nel racconto, in una sorta di originalissimo quadro programmatico contro la smania del possesso che appiattisce le nostre esistenze annichilendoci, interpreta l’arte in una costante ricerca ed in un incessante sforzo di sublimazione dei luoghi comuni, degli stereotipi. In quest’ultimo lavoro, che ribadisco è un work in progress per il suo sforzo costante di ricerca comunicativa e di linguaggi, conduce il lettore come sapiente traghettatore oltre i confini a noi noti;conquistando gli interlocutori che vengono coinvolti da questo modus operandi non comune. Colpisce la sua capacità di aggregare forze così eterogenee tra loro,in una partecipazione democratico- civile in costantemente evoluzione; prova ne sono gli innumerevoli vernissage che si svolgono tra il salotto letterario ed i consensi sempre maggiori che riscuote in rete. Mi preme sottolineare che non ci troviamo di fronte ad un autore-scrittore, in senso tradizionale, ma ad un attento “sperimentatore della comunicazione” che sa farsi interprete attivo del cambiamento culturale e coraggiosamente si spinge nella sperimentazione di nuove forme di contaminazione e avanguardie artistiche. Per il suo ultimo progetto “CUM FINIS” preferisco riportare qui uno stralcio di una sua personale visione che mi confidava in rete “per quanto mi riguarda, a volte le cose che ci appaiono scontate sono proprio quelle la cornice di grandi verità... è un po' il mio atteggiamento nel lavoro Cum Finis, la volontà di raccontare Napoli da una zona di margine, insieme sul limite, ma quel limite che intendo io è costituito proprio da un insieme di cose scontate, di immagini codificate e stereotipate, quelle immediatamente riconoscibili da tutti come immagine della città, ma da quei punti codificati lo sforzo mio è quello di avere uno sguardo che va oltre, oltre…”



Mario Scippa: sperimentazione e sfida
di Ileana Pollio




È sulle note di un seducente tango argentino che ieri sabato 2 Marzo si è aperto l’appuntamento con l’autore napoletano Mario Scippa, presso la Sala Consiliare del Comune di Sorrento. L’evento è stato curato dall’associazione culturale “Il Caffè delle Muse” , in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura. Intervenuti alla serata, l’assessore Maria Teresa De Angelis, Carlo Doc Alfaro, Amelia Imparato e Francesco Escalona. Accompagnamento musicale a cura dei maestri Sofia Astarita ed Emanuele Simoncini.
Con una delle sette arti per antonomasia, la danza, è iniziata una serata che ne ha comprese tutte o quasi: architettura, musica, pittura, scultura, poesia, danza.


 “Il tango come metafora di Napoli, anche se non è una danza tipicamente partenopea: questo ballo è fuoco e acqua, passione e silenzio, musica e pausa, proprio come la mia città”, afferma Scippa. Tutto ciò che è arte, dunque, non può che non essere bellezza, trasmissione di emozioni. Attraverso l’intrecciarsi dei molteplici linguaggi artistici, l’architetto-autore Scippa è riuscito, con la lettura di brevi passi tratti dal suo lavoro “Toglietemi di specchi”, nel suo intento: la diffusione del bello. “È la bellezza che salverà il mondo, come affermava Dostoevskij, o il mondo che salverà la bellezza?”. Una domanda a cui sembra difficile poter dare una risposta univoca. Scippa, invece, corre il rischio, chiedendo al suo pubblico di provarci. Il libro si trasforma così in un “work in progress”, un’interazione multimediale con i lettori, proprio per questo definito un romanzo innovativo, d’avanguardia e mai concluso. “È un libro leggero e leggibile” come lo ha definito lo scrittore-architetto Francesco Escalona, che ha prestato attenzione alla materia fisica e simbolica del territorio partenopeo: “la parola è la materia dello scrittore”.

Arte, bellezza, stereotipi e pregiudizi ruotano tutti intorno alla città di Napoli, fulcro di un nuovo progetto dell’instancabile Scippa: "Cum finis", in cui cerca “di raccontare la città da una zona di margine, insieme sul limite, costituito da un insieme di cose scontate, di immagini codificate e stereotipate, le immagini della città, da cui però si cerca di allontanarsi, per guardare oltre”. Una realtà malinconica, non sempre piacevole, dunque, da cui si cerca di fuggire e che, infine, rimanda proprio al titolo del romanzo “Toglietemi gli specchi”, ricco di spunti letterari: Italo Calvino, infatti, nella sua “lezione sulla leggerezza”, in riferimento alla comprensione della realtà, racconta del mito di Perseo e della Medusa: l’eroe per sconfiggere il mostro avrebbe dovuto guardarlo attraverso una superficie riflettente. Per comprendere la realtà si ha dunque bisogno di una visione di riflesso; e dal momento che si parla di una visione amara e cruda, l’autore afferma: “toglietemi gli specchi, non fatemela vedere questa triste verità!”.

Una piacevole serata, che ha donato, per usare le parole dell’autore, “due gocce di rosso, come il colore delle scarpe delle ballerine di tango, al grigio mare” quotidiano.

LEGGI L'ARTICOLO SU CORSOITALIANEWS.IT

ringrazio Amelia Imparato, per la pazienza (nei miei confronti) e la perfetta organizzazione della serata che ha coordinato insieme a Carlo Alfaro, il comune di Sorrento e l'assessore alla cultura Maria Teresa De Angelis per l'ospitalità in una sede che dire prestigiosa è poco, lo scrittore Francesco Escalona per il suo intervento saturo di passione e di attenzione alla materia fisica e simbolica dei nostri territori, la fotografa Immacolata Marrella Addimanda, per la fotografia della copertina del libro, il magico violino di Sofia Astarita e il gruppo <<amici del tango>> di Sorrento. e, ovviamente il pubblico, meraviglioso, senza il quale niente avrebbe avuto senso.
M.S.
 

venerdì 22 febbraio 2013

OVEST. Fotografie di Francesco Saverio Fienga


Cum Finis
13 fotografi raccontano Napoli da una zona di Margine
a cura di Mario Scippa



Fino al 7 Marzo 
OVEST
Fotografie di Francesco Saverio Fienga

E il mare bagna di nuovo Napoli nella fotografia di Francesco Saverio Fienga.
Ovest di Napoli, terra di fuoco e di acqua.
Sullo sfondo, adagiata sulla linea di contatto tra il cielo e il mare, lei la sirena del golfo dorme e le rocce di tufo si tuffano in acqua.
Segni, presenze, luogo dove sbarcarono gli antichi: Bagnoli, Pozzuoli, nei Campi di Fuoco attraversati dall'antica strada per Roma imperiale che si affaccia sul Mare.
Il bianco e nero di Fienga mi trasporta  nella  dimensione temporale della lentezza.
Sì, La lentezza!
Quella sensazione di avvertire tutto lo spessore del tempo, che scorre inesorabilmente con tutta la sua velocità attraversando la nostra esistenza.
Nella dimensione della lentezza e in quella del silenzio, sono trasportato mentre guardo le sue fotografie. In quelle  dimensioni che ci fanno sentire e vedere cose  altrimenti confuse nel caos del divenire.
Oggi siamo abituati ad immagini che devono sorprendere, devono essere spettacolari, devono scioccare, scandalizzare; gli osservatori-fotografi-guardoni della realtà, per soddisfare queste esigenze, diventano loro stessi spettacolari, esuberanti, prodotti del loro stesso prodotto.
Prodotti che poche volte però esprimono bellezza.
Le immagini di Fienga,  possono anche apparire scontate ad una superficiale osservazione, ma senza urlare sussurrano bellezza e ci trasportano oltre ciò che appare scontato.
Il silenzio, la poesia, la luce, l'assenza del colore, da forma al sogno e il mare diventa un ventre, pieno di liquido amniotico, dove i sogni, i bisogni, le paure, i desideri del fotografo si immergono per risalire come delicati frammenti, ricostruiti con poesia.
I segni di queste foto sono rintracciabili nella luce, nelle nuvole, nella pietra, nel gesto silenzioso del solitario pescatore che nell'infinito cala la sua lenza, negli improbabili resti di un antico vascello dimenticato dall'uomo sull'arenile di fango. Vecchia matrona di pietra  nel tuo mare com'eri ti guardi.
Eri bella, desiderata, isola incantata e fertile. Ora sei là invecchiata e grassa, comandi il tuo sogno da lontano e ascolti il vento che abilmente scolpisce le tue pieghe. Rughe, solchi del tempo ti rendono bella e affascinante ancora di più.
Ovest di Napoli, come nell'Est era luogo di fabbrica, oltraggiava la bellezza col fuoco in nome del Dio Ferro.
Bagnoli, terra dimenticata da Dio. Porta dal Nord della Nuova Città,
Ovest di Napoli, indefinito confine con l'infinito, aspetta. Aspetta ancora.
M. S.



mercoledì 6 febbraio 2013

E' MORTO PULCINELLA, EVVIVA PULCINELLA



PULCINELLA BORGHESE
Nasce il 2 febbraio 2013
A San Giorgio a Cremano, ospite di Oriana Russo di Lineadarco, responsabile dei serivizi della Biblioteca di Villa Bruno.

Nasce  con le parole di Mario Scippa e la musica di Dario Perroni.
E' un pulcinella postmoderno, fatto di Frammenti di gesti,  di maschera, di suoni , di canzoni, di atmosfere. 

Frammenti  riemersi dall'oceano mare delle immagini della memoria  per ridare una nuova vita alla Maschera che più ci rappresenta. 


A cura del 
SALOTTO LETTERARIO ANTICHITA' SCIPPA












martedì 6 novembre 2012

RESEDA fotografie di Angelo Casteltrione a cura di Mario Scippa


La reseda è una pianta erbacea della famiglia delle Resedacee (Reseda lutea), con infiorescenze a grappolo di colore giallo-verdognolo, molto profumate

La reseda è originaria dal Nord Africa e dall'Europa meridionale. Ha i fiori che crescono a grappolo poco appariscenti, di colore variabile a seconda delle specie dal bianco al giallo, dall'arancio al verde, ed è coltivata per il suo intenso profumo e viene largamente utilizzata per la cosmesi e la preparazione di profumi.
Le foglie sono alterne, disposte a formare una rosetta alla base del fusto.
Il nome deriva dal latino resedare = calmare, in riferimento alle proprietà medicinali attribuitele.


Nominando  Reseda si pensa alla calma, alla bellezza, al Nord Africa, all' Europa meridionale al Mediterraneo.
Gli stessi elementi semantici intorno cui  ruota tutta la poetica di Angelo Casteltrione.

Il suo entusiasmo, la sua generosità, il suo essere "mediterraneo", traspaiono prima dal suo sorriso e poi dalla sua fotografia. Immagini sempre semplici, mai artefatte, mai gratuitamente spettacolari. Il suo è sempre un linguaggio diretto e mai che ricalca immagini e linguaggi visti.
Una bellezza che è volutamente poco appariscente, un po' nascosta e quindi tutta da scoprire.
Come nel linguaggi dei fiori ci dice la Reseda.

Cum Finis, insieme sul limite, in un territorio di Margine, dicemmo all'inaugurazione della rassegna dei 13 fotografi che ho invitato.

Con Angelo Casteltrione siamo sempre sul limite, sul confine del sensibile, di ciò che ci appare scontato.
Il fotografo, l'artista, ci accompagna con le sue immagini in un territorio dove la bellezza traspare nelle cose più semplici, quasi scontate ai nostri occhi.
È  ricercata con sensibilità sempre nelle cose  poco appariscente, in punta dei piedi, in silezio,  nelle atmosfere più semplici.
Fare poesia, disse qualcuno, è far apparire straordinario ciò che è normale e scontato.

Casteltrione scrive poesia con la luce. 

È poesia lo squarcio di muro che racconta, con la stratificazione dei colori naturali e crudi della pietra  bruciata dal fuoco,  la storia di Napoli e la bellezza della natura selvaggia che lo divora. Una immagine di  ruskiniana memoria.
La denuncia del degrado , spesso presente nelle sue immagini, si allontana dai canoni linguistici del fotogionalismo  entrando a pieno titolo nella ricerca pura della bellazza della forma nella dimensione della poesia.
Come nel  riflesso di una pozzanghera che si crea in una strada dissestata,  la fotografia che ha proposto alla presentazione della rassegna durante la collettiva Cum Finis.  In quel riflesso si legge l'armonia di una architettura settecentesca. La cruda realtà vista e proposta attraverso il suo riflesso, come ci ha insegnato Calvino quando parlava della leggerezza.
Quella  serie di ombrelli su un prato che  diventa  chiara citazione alla pittura degli artisti napoletani della scuola di Resina, dove   forse l'autore vuole ricordarci delle sue radici culturali che affondano nella poetica dei vari autori che partendo dalla pittura dal vero hanno avuto contatto con gli impressionisti francesi a Parigi: Ragione, De Nittis o i Dal Bono, la scuola di Resina.
Angelo Casteltrione Pesci


L'apoteosi che lega la fotografia di Casteltrione al linguaggio complesso e stratificato dell'arte e in particolare della pittura napoletana è la natura morta con pesci.
In questa foto Angelo fa  un omaggio al periodo più forte della pittura napoletana, il periodo barocco del seicento. È una chiara  citazione di un grande artista  napoletano protagonista assoluto di quel periodo storico-artistico, Giuseppe Recco.
E' incredibile come la gamma cromatica nell'immagine fotografica sia analoga quella di un quadro in particolare del maestro baroccoo. La composizione: nel quadro dell'artista barocco il gruppo di pesci è leggermente inclinato dall'alto a sinistra fino all'anguilla in basso a desta; nella foto l'anguilla diventa una corda bagnata. Nelle due immagini, l'anguilla in Recco, la corda in Casteltrione,  sono le linee generatrici e ordinatrici della composizione armomica ed equilibrata nella forma e nel colore che racconta un momentoi di normale quotidianietà che è sempre esistito a Napoli, l'arrivo della paranza. Che bellezza.
Giuseppe Recco Pesci
La bellezza tante volte è proprio là, sotto i nostri occhi. Là, dove ci sembra tutto scontato .
Ce lo dice quel  fiore: LA RESEDA

Mario Scippa

Appuntamento il 15 Novembre ore 18.30 al SALOTTO LETTERARIO ANTICHITA' SCIPPA a Napoli, in via Vannella Gaetani 21,  info 0817642922

sabato 3 novembre 2012

se vuoi presentare un libro da noi contattaci


Sandra Milo e Gabriella Di Luzio il 31 ottobre 2012 al Salotto Letterario Antichità Scippa



Buonasera a tutti e benvenuti al Salotto letterario Antichità Scippa.
Ringrazio innanzitutto Silvana Vajo e il Maestro Carlo Molinelli.

Stasera parleremo del tempo della vita scadenzato dalla madre di tutte le emozioni. Di quella emozione che ci fa sentire tanto leggeri, tali da apparire agli occhi degli altri superficiali, quanto, nello stesso tempo, ci fa sentire e vivere tutto il peso della nostra esistenza e che tante volte è il vero orologio della nostra vita che scadenza il tempo con la sua forza dirompente nella nostra esistenza: L'amore.

Ne parleremo presentando il libro Rapsodia degli amori perduti della eclettica scrittrice, attrice, di cinema e di teatro, Gabriella Di Luzio, insieme al nostro amico il giornalista Giuseppe Giorgio, e insieme a una donna che non ha bisogno di presentazioni particolari, che con l'immagine della leggerezza ha costruito la sua personalità sia di donna che di attrice, tale che il suo personaggio è identificato nell'immaginario collettivo come l'emblema del frivolo e del leggero: Sandra Milo.


Sandra Milo, Silvana Vajo, Gabriella Di Luzio


Leggerezza. Quando inaugurammo questo spazio dedicammo una serata al tema della leggerezza interpretando “l'idea poetica come un momento di sottrazione di peso alle cose e agli eventi".
Noi del salotto, siamo convinti che la leggerezza non è mai superficialità ma è un vivere la vita fino in fondo assaporandone tutte le sfumature e quindi sentendo il peso della nostra esistenza che non fa mai scivolare il tempo ma ce lo fa vivere in ogni suo istante.


È difficile de-scrivere l’amore.
È difficile perché si vuole rappresentare con una forma conclusa una cosa che vive in uno spazio indefinito senza alcun tempo, in uno spazio limitato qualcosa che è illimitato, misurare con il tempo della scrittura il tempo di qualcosa di impalpabile ed estremamente soggettivo, ma allo stesso tempo comune a tutti e che vive nell’eternità.
E' difficile perché si deve essere capaci di dare una forma leggibile all’emozione madre di tutte le emozioni.
Forse è vero quando si dice che il mistero dell’amore è più grande del mistero della morte.
La morte la sappiamo raccontare tutti, l’amore no, per raccontare l’amore si deve essere artisti.

Gabriella Di Luzio nel suo libro Rapsodia degli amori perduti, racconta l’amore da artista, ovvero da chi ha tra le mani quello strumento che ci permette di andare oltre i confini del sensibile, in quel territorio libero dove è possibile rintracciare la bellezza e vivere con leggerezza.

I confini del sensibile, un territorio di margine.
Tema intorno al quale stiamo lavorando, qui al salotto, da almeno due anni, con la fotografia, con la pittura con la poesia, con i libri che abbiamo presentato finora. E quel territorio di margine lo abbiamo individuato nei vari libri presentati nella dimensione del ritorno a Napoli per tentare di raccontare, mettendo insieme questi frammenti, da tanti punti di vista diversi dei personaggi dei vari libri che pur non vivendo a Napoli descrivono la città in un loro ritorno in città. Come lo sguardo di un ex terrorista napoletano degli anni 70' che ritorna a Napoli dopo una assenza di 30 anni dalla città nel libro di Attilio Belli Fuoco ai Quartieri Spagnoli, o quello di uno straniero inglese che ritorna nei luoghi delle sue origini nei campi Flegrei, nel libro di Francesco Escalona Giallo Tufo, nello sguardo di un giornalista napoletano, che lavora nel nord Italia, e che decide di accettare un posto di insegnante in una scuola della periferia Est di Napoli, in una zona degradata dal punto di vista ambientale e sociale, nel libro Fiction di Enza Alfano, e in tanti altri libri che abbiamo presentato in questi mesi qua da noi.
In questo quadro di presentazioni stasera anche Rapsodia degli amori perduti, è per me un ulteriore punto di vista particolare sulla città in un ritorno a Napoli.
L'autrice ci fa vivere, oltre al tema portante del libro, una narrazione della città da un punto di vista spesso snobbato dall'ultimo intellettualismo napoletano ma che dal nostro modo di vivere e vedere Napoli, è una immagine da cui non si può prescindere nella narrazione della città.
L'immagine disincantata della cartolina, quasi dello stereotipo, del luogo comune.
Ecco noi siamo convinti, e lo dicemmo anche quando presentammo il libro di Giuseppe Giorgio, Partenope in pizzeria, dove si parla del luogo comune per eccellenza di Napoli, la pizza, che lo stereotipo, la cartolina di Napoli è come se fosse una cornice di un'opera d'arte iniziata più di duemila anni fa e che ancora deve essere conclusa.
Lo stereotipo è per noi il vero confine di Napoli, è quella cosa che è immediatamente riconducibile nell'immaginario mondiale appena si pronuncia la parola Napoli.
Di Luzio nel libro quando parla di Napoli, dipinge degli acquerelli freschissimi, con una disinvoltura nell'uso del linguaggio che solo autori del calibro di Raffaele la Capria sono stati capace di dipingere con le parole. Per la sua capacità, naturale di usare il linguaggio con leggerezza, In alcune pagine del libro sembrava di rileggere qualcosa che ho avuto modo di leggere solo nell'armonia perduta o una bella giornata di questo grande autore napoletano.

Il libro
Il tempo del libro è cadenzato dalla forza dall’Eros che vince Thanatos, la forza ascendente, leggera, che vince la forza di gravità che inesorabilmente attrae ogni cosa materiale e immateriale verso il centro della Terra e che fa sentire veramente viva e piena la nostra esistenza.
Il tempo di questo libro è cadenzato dal tempo dell’amore nella vita di una donna che vive la sua vita intensamente, senza farsi scivolare addosso il tempo convenzionale, quello dell'orologio del calendario, per intenderci, che inesorabilmente scorre.
L’autrice ci tiene sempre a dire che non è un libro autobiografico. E’ la verità. Anche se Mara, la protagonista del libro, per quel poco che ho avuto modo di conoscere Gabriella, posso dire, senza ombra di dubbio, che le somiglia molto.
Ma se è autobiografico o non un libro è un particolare insignificante. Io sono convinto che ogni scrittore che ha una urgenza narrativa, qualsiasi sia la storia che si inventa, non fa altro che narrare se stesso: ciò che è stato, ciò che sarebbe potuto essere stato, ciò che non è mai stato, ciò che sarà, ciò che ha sognato o desiderato di essere.
Insomma, ogni scrittore non fa altro che raccontare sempre se stesso visto da angolazioni sempre diverse, così come ha fatto Gabriella Di Luzio, che narra la vita di Mara scegliendo come struttura portante di quella vita alcuni momenti, punti fermi intorno ai quali quella esistenza costruisce nel tempo la sua ricca e sensibile personalità: i momenti della vita segnati dall’amore. Quegli attimi squisiti che la vita ci regala.


Leggendo questo libro mi è venuto in mente un famoso aforisma di un famosissimo autore e da questo aforisma, come mio solito, ho scritto dei versi, li ho scritti anche se non sono abituato a farlo, in napoletano, Stasera, a conclusione di questa serata, li dedico al libro e a Gabriella, perché le sue parole sono diventate uno stimolo fondamentale per la scrittura di questi miei umili versi e una apertura verso nuove esperienze che che sicuramente farò con la mia lingua madre un libro che vi consiglio di leggere .
"la vita altro non è che un brutto quarto d'ora
composto da attimi squisiti"
Oscar Wilde

Dinto 'a nu quart' d'ora.

Nu quart’ d'ora, ah, si putesse sta’ cu te!
A mana mia cercass' ‘a toia. Strett' a mme.
Nu poco ‘e tiempo sulamente, te tenesse,
tutt' ‘o tiempo ca mai fernesse.
Nu quart' d'ora: na vita, nu mumento.
Cu ll'uocchie dint’ all'uocchie. ‘O silenzio è
Musica! Abballassemo stritte tutt' 'a nottata.
È nu quart' d'ora sulamente. Sulo nu mumento
ca pe' semp
pe' sempe
se fermass’ ‘o tiempo!
O rummore d’ ‘o mare. Nu suonno e tu cu me.
Mantieneme cu nu pensiero. Cu ll'uocchie,
cu ‘e mmane, senza na parola, na voce sient' ‘e parlà.
È a voce d’ ‘a pelle, d’ ‘o sango, ‘e ll'ammore!
Dinto 'a nu quart’ d'ora, ah! Sì! Io ‘o ssaccio,
o ssaccio: è ll'ammore,
c' 'allucca e canta, senza 'e te
dinto ‘o silenzio d’ ‘a notte.
m.s.

Peppe Giorgio, Mario Scippa, Mafalda Casertano, Sandra Milo, Gabriella Di Luzio, Luisa Scippa





giovedì 11 ottobre 2012

Il Dolore. Perchè? di Aldo Di Mauro Presentato il 10/10/2012


Buonasera a tutti e benvenuti al salotto letterario Antichità Scippa.
Ringrazio la scrittrice Brunella Brizio per aver regalato ancora una volta la sua bella voce e la deliziosa ed elegante presenza al salotto, e il maestro Carlo Molinelli, ormai presenza indispensabile da noi, che con le sue melodie riesce a rendere magici i nostri incontri.


Stasera parleremo del libro di Aldo Di Mauro 
IL DOLORE. PERCHE'?


Nel corso della serata ascolteremo e vedremo l'ultimo intervento pubblico del professore emerito Mario Coltorti . Quello del 15 ottobre del 2008, proprio alla presentazione del libro di Aldo di Mauro che si tenne all'istituto italiano degli studi filosofici di Napoli. 

Il Professore emerito Mario Coltorti, che tutti voi conoscono per la sua umiltà per la sua grande professionalità, e per la sua grande scoperta che ha dato lustro alla scienza italiana contribuendo alla conoscenza della fisiopatologia del fegato ed all’identificazione delle transaminasi.

Lui rimproverava quelli che lo definivano sempre professore emerito. Proprio come alla presentazione del libro di Di Mauro, quando venne definito con quel titolo dal coordinatore dell'evento Prof. Raffaele Pempinello, disse scherzando che non poteva considerarsi tale perché anticipò il suo prepensionamento all’Università di cinque anni, andando via dall’Accademia sbattendo la porta. 



E aggiunse: “sono un ‘professore pentito’, non un professore emerito».
Insieme all'autore Aldo Di Mauro e con lo spunto di riflessione che ci giungerà dall'intervento video del professore Coltorti, parleremo del dolore, di quella particolare dimensione che tutti, chi in un modo chi in un altro, abbiamo vissuto nell'arco della nostra vita. Una dimensione comune a tutti che nonostante sia vista come qualcosa di estremamente negativa è una di quelle dimensioni che ci fa sentire con tutto il suo spessore l'essenza della nostra esistenza, ci fa sentire vivi e anche apprezzare di più le gioie che la vita ci regala.

Passa la rondine e con essa estate,
E anch’io, mi dico, passerò…
Ma resti dell’amore che mi strazia
Non solo segno un breve appannamento
Se dall’inferno arrivo a qualche quiete…”

da il Dolore, di Giuseppe Ungaretti , uno dei poeti che amo di più, disse in una intervista. «Il dolore è il libro che di più amo, il libro che ho scritto negli anni orribili, stretto alla gola. Se ne parlassi mi parrebbe d’essere impudico. Quel dolore non finirà più di straziarmi». Eppure dalla sua penna sono usciti frammenti di bellezza dalla dimensione infinita, pensate a quella meravigliosa poesia dal titolo Mattina:
Mi illumino di immenso”

che meraviglia!

In tutti i tempi, da che mondo è mondo, poeti, filosofi, pensatori, si sono soffermati e hanno riflettuto sulla dimensione del dolore. Ho avuto modo di leggere alcuni libri di Aldo Di Mauro e l'autore è da considerare, dal mio piccolo punto di vista, un poeta contemporaneo che in perfetta sintonia con i classici di tutti i tempi, ci fa sempre riflettere su alcuni temi profondi della vita.
Sì! non avete capito male, ho detto poeta.
Perché il suo modo di scrivere è tipico di chi fa poesia, vera poesia. Di mauro scrive con leggerezza.


Italo Calvino disse che la leggerezza è qualcosa che si crea nella scrittura, con i mezzi linguistici che sono quelli del poeta, indipendentemente dalla dottrina del filosofo che il poeta dichiara di voler seguire. Quando leggo qualche articolo su Di Mauro vedo che gli danno sempre il titolo di filosofo, secondo me erroneamente, perché ogni argomento da lui trattato, come quello del dolore in questo libro, partendo da riflessioni di carattere filosofico, ovvero facendo filosofia nell'accezione piena della parola, che dal greco (filèin), "amare", (sofìa), "sapienza", ossia "amore per la sapienza" l'autore affronta sempre i suoi scritti ponendosi domande e riflettendo sul mondo e sulla natura dell'uomo, indaga sempre sul senso dell'essere e dell'esistenza umana e si prefigge inoltre il tentativo di studiare e definire la natura, le possibilità e i limiti della conoscenza, ma il particolare che contraddistingue Di Mauro e che è la leggerezza con cui naturalmente riesce ad affrontare i temi più profondi della vita, una leggerezza che solo i veri poeti riescono ad ottenere con la parola scritta.

Questo libro non è un manuale con risposte preconfezionate ai vari aspetti del dolore indagato nei vari campi, dalla medicina alla psicologia, dalla filosofia alla teologia.
In poche sintetiche pagine l'autore, come in un abbozzo di un grande artista, ci fa intravedere un profilo del suo grande spessore culturale, umano e poetico. Un abbozzo di un autoritratto della sua complessa ed eclettica personalità, che da raffinato e poliedrico intellettuale riesce a spaziare in vari campi del sapere sempre con quella leggerezza che lo contraddistingue e che mi ricorda tanto una figura mitologica dell'antica Grecia che incarnava lo spirito del passaggio e dell'attraversamento, che si manifestava in qualsiasi tipo di scambio, trasferimento, violazione, superamento, mutamento, transito, tutti concetti che rimandano in qualche modo ad un passaggio da un luogo, o da uno stato, all'altro. Nei suoi scritti e nelle conversazioni che ho avuto con lui mi ricorda quella figura mitologica che era in relazione con i cambiamenti della sorte dell'uomo, con lo scambio di beni, con i colloqui e lo scambio di informazioni nonché, ovviamente con il passaggio dalla vita a ciò che viene dopo di essa. La figura poetica e intellettuale di Aldo Di Mauro mi ricorda Hermes, per i romani Mercurio, il messaggero degli dei che viaggiava leggero sui suoi sandali alati.
M.S.



Senza Volto.

Morsa nel petto, stringe, non sa.
L'aria manca è la paura. Arriva
un leggero dolore, fiore che va.
Nuvola, fluttuante, nell'aria vola.

L'immensità, dentro si fa largo
silenziosa, avvolge gli sguardi
orizzonti lontani smarriti nel lago
blu. Poi viola, bianco, grigio. Nero.

Passo felpato di giovane donna.
Colorata, leggera, mossa dal vento
la sottile e trasparente veste rossa.
Rosea è la pelle, avvolge l'inganno.

Serpente, senza volto, corpo di donna,
è intorno all'idea, che soffoca dentro
un alcova senza pareti. La luce, fioca,
indebolisce gli sguardi, già stanchi.

Poi, tango. Movimenti lenti, brivido
sui pori della pelle. Capezzoli induriti
e mani che strisciano sul caldo fianco
morbido. Profumo d'Oriente.  Corpi.

Uniti nell'infinito

M.S.
(pubblicata ne: IL COSTRUTTORE DI ILLUSIONI di Mario Scippa)



La scrittrice Brunella Brizio
Il Giornalista Giuseppe Giorgio tra il pubblico


Aldo Di Mauro, il fotografo Antonio Coppola e il Maestro Carlo Molinelli